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Un'Europa senza dissenso è una prigione

23/09/2014 - Norberto Bobbio - R2Cultura



L'EUROPA era stata distrutta. Si era da se stessa distrutta. Per la seconda volta nello spazio di trent'anni. Dai campi di Verdun alla battaglia di Stalingrado, erano state sterminate migliaia e migliaia dei suoi uomini, vittime innocenti del delirio di potenza degli uni e della cecità politica degli altri. Esisteva ancora l'Europa?

Non potevamo non porci questa domanda di fronte allo spettacolo delle nostre case sventrate, degli immensi ossari umani dei campi di sterminio. Esisteva ancora l'Europa dopo che nel cuore di questa patria comune si erano incontrati due eserciti stranieri che l'avevano percorsa abbattendo giorno dopo giorno la resistenza del nemico?

No, l'Europa nonostante tutto era sopravvissuta. Era sopravvissuta grazie agli uomini che ne avevano custodito lo spirito non lasciandosi sommergere dalle dottrine della potenza o della razza o del sangue come unico criterio per distinguere il bene dal male. Ma per fare l'Europa occorre prima di tutto l'idea di Europa. E questo è il compito degli intellettuali.

L'Europa non era morta. Non era morta grazie ai suoi intellettuali migliori, che ne avevano serbato la memoria, ne avevano ricostruito la storia, ne avevano mantenuto vivo lo spirito. Era dunque venuto finalmente il momento di dar vita a un'Europa politicamente unita? Il progetto non era nuovo. Vi avevano posto mano fra gli altri Carlo Cattaneo e Giuseppe Mazzini. A Lugano apparve nel 1944 l'opuscolo di Ernesto Rossi, Gli Stati Uniti d'Europa ; nel gennaio del 1945 apparve il Manifesto di Ventotene , scritto qualche anno prima al confino da Ernesto Rossi e da Altiero Spinelli, che conteneva il programma di quello che sarebbe diventato il Movimento per l'unità europea.

Indipendentemente dagli autori del Manifesto, un altro rappresentante della diaspora antifascista, Umberto Campagnolo, si era posto lo stesso problema. Nel febbraio 1945 pubblicò un opuscolo, intitolato Repubblica federale europea , la cui idea centrale era che il momento era venuto di far passare il federalismo europeo dall'utopia alla scienza e che questo passaggio non poteva avvenire per opera degli stati che avrebbero cercato di conservare gelosamente la propria sovranità, ma soltanto attraverso un processo dal basso per l'iniziativa e l'opera dei popoli. Sulla possibilità di un'unificazione europea a breve scadenza caddero ben presto le illusioni. Con la conferenza di Yalta del febbraio 1945 la ragion di Stato, o per meglio dire degli stati vincitori, prevalse. Campagnolo se ne rese subito conto.


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                                            R2Cultura - Norberto Bobbio


           l'articolo apparso su R2Cultura di Repubblica (clicca sull'immagine per allargare)