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Quando Bobbio scrisse a Pavone "Ma in Italia fu guerra civile?"

18/02/2015 - Norberto Bobbio e Claudio Pavone



Torino, 14 aprile 1987

Caro Pavone, grazie dell'estratto del tuo articolo, molto interessante, che avevo già adocchiato (ndr si tratta dell'intervento di Pavone alla Fondazione Micheletti in cui per la prima volta formula in modo organico la sua tesi sulla Resistenza anche come "guerra civile"). Ma c'è differenza tra adocchiare e leggere: gli estratti servono proprio per questo. Il tema da te affrontato è di grande interesse: non avevo ancora chiaro quanto esteso fosse il riconoscimento della guerra di liberazione come guerra civile: da una parte e dall'altra. Avevo sempre avuto l'impressione che fosse più grande la rimozione da parte degli antifascisti.

E invece non è vero, almeno per quel che riguarda i tempi della lotta medesima (ndr Pavone spiega che la censura della nozione di "guerra civile" era più diffusa nel dopoguerra di quanto fosse stata tra gli stessi resistenti). La rimozione da parte degli antifascisti è avvenuta sostituendo il concetto di «guerra partigiana » a quello di «guerra civile »: la guerra partigiana non è nel linguaggio tecnico o tecnicizzato una guerra civile, perché è una guerra contro lo straniero, se pure interno, o combattuta internamente. Guerra civile poteva essere soltanto quella contro i fascisti, ma una guerra di liberazione nazionale (di libertà dallo straniero) non può essere considerata nel senso rigoroso della parola una guerra civile. E la guerra dei partigiani fu, nella storia scritta dai vincitori, interpretata esclusivamente come una guerra di liberazione nazionale, un'interpretazione in cui si fece prevalere l'aspetto di lotta contro lo straniero su quello di lotta dell'alleato italiano (considerato come un servo e uno strumento del più potente alleato tedesco). È così? Grazie ancora e cordiali saluti

Norberto Bobbio



Roma, 12 maggio 1987

Caro Bobbio, ti ringrazio molto per l'attenta lettura che hai fatto della mia relazione sulla «guerra civile». Quella relazione fu come l'estratto anticipato, e concentrato, di un capitolo del lavoro più ampio per concludere il quale avevo chiesto un anno di congedo (ma mi sono fratturato un ginocchio, e più che biblioteche e archivi ho dovuto frequentare ospedali). L'idea di questo lavoro mi venne dopo il seminario che tenni qualche anno fa al vostro Centro Gobetti. Poi si è sviluppato e anche aggrovigliato. Ho in mente un titolo provvisorio: «Saggio storico sulla moralità della Resistenza italiana». Oltre a intitolare alcuni capitoli a temi quali la scelta, il tradimento, la violenza, ne ho previsti tre che dovrebbero costituire proprio un trittico: la guerra patriottica, la guerra civile, la guerra di classe.

Ti scrivo questo per comunicarti che i dubbi che tu esprimi nella tua lettera sulla piena liceità dell'uso del concetto di guerra civile per designare la resistenza sono anche i miei, nel senso che non considero quel concetto esaustivo. Penso invece che esso si combini in modo vario, talvolta nelle stesse persone, con il carattere patriottico (guerra di liberazione) e con il carattere «di classe» che ebbe la lotta. Per un «badogliano» il carattere patriottico poteva essere tutto; per un operaio comunista il nemico ideale e riassuntivo sarebbe stato un padrone fascista e servo dei tedeschi (ma non sem- pre i padroni davano questa agli operai...).

Ti ringrazio ancora e ti ricambio tanti cordiali saluti

Claudio Pavone



Torino, 10 aprile 1991

Caro Pavone, eccoti il discorso sulla Resistenza, inedito, di cui ti ho parlato ieri alla fine del seminario. Ricordavo di aver parlato delle tre guerre, ma non l'avevo mai più riletto, neppure quando scrissi l'articolo sulla «Stampa» che fu intitolato Le tre guerre, e scrivendo il quale probabilmente avevo in mente, pur senza averle rilette, le cose scritte da te, e lo scambio di lettere che vi fu tra noi due qualche anno fa, e di cui però ho un vago ricordo. Confrontando le tre guerre d'ora con le tre guerre del discorso del 1965 ci sono delle differenze, che mi paiono retrospettivamente di un certo interesse: la seconda guerra nel discorso del 1965 non viene mai chiamata «guerra civile»: segno evidente che allora questa espressione non si poteva ancora usare per una sorta di autocensura; la terza guerra non viene chiamata guerra di classe ma eufemisticamente di «emancipazione popolare» o d'«emancipazione sociale». (...) Cambia così anche il giudizio finale sulla terza guerra: completamente fallita nell'articolo di qualche mese fa, non fallita del tutto ma ancora in fase d'attuazione, nel discorso del 1965.

Superfluo precisare che tra il 1965 e il 1990 c'è stato l'evento catastrofico della fine dei regimi comunisti. Il che spiega l'inconsapevole aggiustamento. (...)

Norberto Bobbio



Roma, 14 luglio 1991

Caro Bobbio, (...) mi sembra che nel discorso del 1965, a parte la diversa terminologia usata per designare le tre guerre, vi sia una meno rigida distinzione dei soggetti che combattono le tre guerre. (...). Ti unisco la premessa e il sommario del volume. Il titolo è frutto di lunghe discussioni con Bollati. La guerra civile ha finito col fare aggio sulle altre due. (...)

Claudio Pavone



l'articolo apparso su Repubblica.it


Norberto Bobbio: altro che cultura per me il fascismo fu solo retorica

23/01/2015 - Norberto Bobbio

di Simonetta Fiori



NEL 1976 Norberto Bobbio è già uno studioso influente, 67 anni, preside della Facoltà di Scienze Politiche a Torino. Da diversi decenni i suoi volumi sul rapporto tra cultura e politica orientano la scena intellettuale italiana. Tre anni prima era uscito il saggio Cultura e fascismo, destinato ad accendere un grande dibattito.

Bobbio è persuaso che non sia mai esistita una "cultura fascista". Il regime aveva prodotto molta retorica ma non opere importanti, titoli spartiacque, in una parola una tradizione intellettuale: chi poteva dire il contrario? Ecco farsi avanti una giovane studiosa, Luisa Mangoni, Marisa per gli amici.

Ha 35 anni, quasi la metà del suo autorevole interlocutore. Rigorosa e schietta, meticolosa e dolcissima. Gli dà dell'«arretrato». Dice proprio così: «l'impostazione del professor Bobbio appare arretrata». Lo fa durante una conferenza a Bologna. E il pubblico l'ascolta con attenzione: nel 1974 era uscito da Laterza il suo libro L'interventismo della cultura, destinato a cambiare lo sguardo sul rapporto tra ceto intellettuale e regime. In quelle pagine moriva l'equazione tra fascismo e "non cultura".

Da quello scambio a distanza tra l'appassionata studiosa e l'illustre professore ebbe origine il carteggio inedito che ora pubblichiamo grazie allo storico Innocenzo Cervelli, marito della Mangoni mancata un anno fa. Un pacchetto di lettere, dal 21 marzo del 1976 al 16 marzo del 1977, che lumeggiano da una parte il singolare profilo intellettuale di Bobbio, maestro generoso che non parla mai ex cathedra, disponibile nello sperimentare i suoi stessi limiti, umile e insieme pedagogico.

Dall'altra, la sicurezza intellettuale di una giovane donna che non arretra, però se occorre è pronta al ripensamento, mette a fuoco e rilancia. Un metodo di lavoro che avrebbe mantenuto nel corso della sua vita di ricercatrice, forse non pienamente riconosciuta dall'università e alla quale oggi rende omaggio un convegno dell'Istituto Gramsci. Da Adriano Prosperi ad Albertina Vittoria, da Francesco Barbagallo a Giuseppe Ricuperati, saranno in tanti ad evocare i suoi studi sulla storia degli intellettuali nel loro rapporto con il potere e la politica, le sue poco convenzionali ricerche sulle case editrici Einaudi e Laterza (quest'ultima interrotta dalla scomparsa), il ruolo pionieristico «nell'analisi della cultura intesa nei suoi aspetti organizzativi e nella sua volontà di avere voce in capitolo nella sfera della società e dello Stato», come spiega Giuseppe Vacca, ideatore del seminario.

Ed è questo l'aspetto più innovativo che emerge anche dal confronto con Bobbio. Per lo studioso la cultura è «il patrimonio intellettuale e morale di una nazione », «opere destinate a durare nel tempo, a dare vita a una tradizione ». Mangoni liquida questa definizione come "riduttiva". «A me pare che da un lato Lei privilegi un'idea di alta letteratura di impronta marcatamente aristocratica », gli scrive il 29 marzo del 1976. «E dall'altro evada il significato della cultura in rapporto allo Stato e alla società civile, che è un'altra cosa rispetto alla organizzazione, alla propaganda, alla stressa manipolazione del consenso».

Secondo Mangoni la cultura e gli intellettuali «non si spiegano tautologicamente con se stessi, ma solo in relazione allo Stato e alla società». Per questo contesta a Bobbio anche il giudizio sul "nicodemismo", ossia quel fenomeno di infingimento che Eugenio Garin aveva condannato tra gli intellettuali italiani sotto Mussolini: antifascisti nell'intimo ma pronti a ricevere onori e prebende dal regime. «Non vedo come la dissimulazione produca cultura», le aveva scritto Bobbio nella lettera del 21 marzo. «Produce quella letteratura tra cortigianesca e adulatoria di cui gli intellettuali italiani sono stati prodighi in tutte le epoche ».

Mangoni rilancia: anche il nicodemismo è una zona di opacità che deve essere indagata. «Come interpretare altrimenti la recensione di Delio Cantimori a Ugo Spirito nel 1937?».

La discussione sarebbe andata avanti per alcuni mesi. Era una stagione di grande fermento, alla metà dei Settanta. Uscivano libri che ampliavano lo sguardo sul fascismo e sul Novecento. Beppe Vacca ricorda che nel 1974, insieme all'Interventismo della cultura , furono pubblicati Gli intellettuali del X-X secolo di Eugenio Garin e Gli anni del consenso , il terzo volume della biografia mussoliniana di Renzo De Felice. Cambiavano i parametri e la polemica culturale era quasi quotidiana, come questa tra Bobbio e Mangoni. Lui sembra anche divertito da questa inattesa «esecuzione sommaria condotta sui sacri testi» (che poi sarebbero Gramsci e Togliatti), ma non si lascia convincere. «Quando mi chiedo se ci sia stata una cultura reazionaria vado a cercarla nei grandi scrittori come Nietzsche o Pareto, cioè proprio in opere destinate a durare nel tempo.

E sulle quali tutte le epoche tornano per reinterpretarle e discuterle». In fondo dell'azione culturale svolta da Giuseppe Bottai — personaggio simbolo scelto da Mangoni per il suo ragionamento — non è rimasto niente. «Si è sciolta come nebbia al sole», dice Bobbio. Sopravvive invece l'insopportabile retorica dei tanti giovani costretti all'ossequio. Ma la retorica è cultura?, la provoca in una lettera del 27 aprile. «Bisogna risalire alle radici più profonde », replica la studiosa nel giugno del 1976. Lei si accingeva all'opera proprio in quei mesi, persuasa che alcune componenti ideologiche e strutturali del fascismo fossero sopravvissute nella giovane democrazia, «dal capitalismo monopolistico di Stato alla concezione corporativa della società». Tutti temi su cui avrebbe continuato a studiare, con puntiglio ed umiltà. Scavando nelle zone d'ombra dell'intellettualità italiana, senza mai lasciarsene avvolgere.



l'articolo apparso su Repubblica.it


Norberto Bobbio: cara, quel regime creò tanto rumore per nulla

23/01/2015 - Norberto Bobbio



TORINO, 21 marzo 1976

Gentile dottoressa,

ho letto con vivo interesse il suo articolo sulla cultura e il fascismo, e le osservazioni critiche ivi contenute nei riguardi della mia (malfamata) tesi sull'inesistenza della cultura fascista. Alcuni mesi fa scrissi un nuovo articolo sul tema, che le mando (...). Come vede, sono recidivo. Sono recidivo perché mi pare che sino ad ora gli avversari ai miei argomenti rispondano o spostando la discussione sul cedimento degli intellettuali (che io non ho mai contestato ma che è un problema completamente diverso) oppure parlando d'altro, per esempio dell'organizzazione della cultura promossa con tanto strepito (se pure con scarsi risultati) dal regime. (...)

Non posso dire che questo suo articolo, pur interessante (e non poteva essere altrimenti provenendo dall'autore di un libro importante come L'interventismo della cultura ) e ricco di spunti (su cui intendo riflettere), m'induca a cambiare idea. Ma non insisto. Mi domando soltanto perché lei consideri arretrato (arretrato rispetto a cosa?) il mio modo di porre il problema (...). Perché è arretrato chiedere che si finisca di fare discorsi generici pro o contro il fascismo, e si faccia un esame serio di quel che è rimasto della cultura durante il fascismo? Non è la stessa cosa che chiede lei?

A un certo punto lei per dimostrare la mia arretratezza parla del nicodemismo e dice che la tesi di Garin sul nicodemismo rappresenta «un notevole passo avanti rispetto alla tesi di Bobbio ecc.». A parte il fatto che del nicodemismo avevo parlato anche io indipendentemente da Garin (vedi Fascismo e cultura , ...), e in maniera molto esplicita, e credo precisa, mi pare che il nicodemismo sia uno degli argomenti più forti a favore della mia tesi. Non vedo come la "dissimulazione" produca cultura. Produce questa letteratura cortigianesca e adulatoria, di cui gli intellettuali italiani sono stati prodighi in tutte le epoche.

Coi più cordiali saluti Norberto Bobbio



TORINO , 16 marzo 1977

Gentile signora,

la ringrazio dell'estratto del suo articolo su cesarismo ecc. Un bel tema, che mi piacerebbe però vedere sviluppato meglio anche concettualmente. Lei per esempio accenna a un certo punto alla distinzione tra cesarismo e bonapartismo, poi se non sbaglio non la riprende più. Così il problema del rapporto tra cesarismo, democrazia di massa e capo carismatico, da cui parte, andrebbe meglio approfondito anche riguardo a Gramsci, che cita Michels a proposito del capo carismatico in un famoso passo sulla demagogia in senso negativo e sulla demagogia in senso positivo.

Il tema del capo carismatico è un tema che entra con forza nelle discussioni di quegli anni tra coloro che si rendono conto che è cominciata l'era della democrazia di massa (della "ribellione delle masse" per dirla con una espressione nota e negativa). Dal momento che lei ha dedicato l'ultima parte del suo articolo a Gramsci, perché non analizzare il suo pensiero anche su questo punto? Chi è "il demagogo superiore"? È anche lui un capo carismatico? Come mai tutta la teoria politica marxistica anche dopo Michels e dopo Weber non ha mai parlato volentieri del capo carismatico? (...)

Cordiali saluti Norberto Bobbio



  l'articolo apparso su Repubblica.it